Una canzone per l’estate: “Rise Up” di Yves La Rock

Un altro pò di tunz tunz, che non fa male. Sembra quasi un paradosso, ma i padroni della dance europea sono tutti di madrelingua francese (anche se poi le canzoni – tutte eseguite da vocalist – sono in inglese). Yves La Rock non fa eccezione.

E’ infatti nato e cresciuto in Svizzera. Questa “Rise Up” risale in verità a qualche mese fa ma è un altro esempio di dance intelligente. Ultimamente poi, lo stesso artista si è proposto anche con By Your side e “Say yeah“, meno belle ma ugualmente coinvolgenti, per chi ama il settore.

Curiosamente, non ha ancora inciso alcun album, soltanto singoli e sta portando in giro per l’Europa il suo progetto denominato “Africanism”, legato alla musica francese delle colonie. E allora vai col tunz tunz, saltiamo un pò. Ma non fateci l’abitudine.

Francis Cabrel, “Des roses et des orties”: musica con la testa (tranne due canzoni)

Ritornare in testa alla classifica a 55 anni, dopo 30 di carriera e 18 milioni di dischi venduti e prendersi anche lo sfizio di far pensare la gente e di piacere ai giovani. Due parole per Francis Cabrel è il caso di spenderle. Un pò di tempo fa è uscito in Francia “Des roses et des orties“, quindicesimo album di  questa icona della musica francese.

Pensi alla tipica “chanson” francese, struggente ed un pò retrò ed invece no. Questo cantautore nato sotto l’influenza di Bob Dylan tira fuori un lavoro estremamente moderno. Melodico certo, ma pienamente inserito nei tempi attuali, sia nelle musiche – a volte un pop leggero, molto più spesso una mescolanza di suoni – che soprattutto.

Politica, sociale, attualità, religione. C’è di tutto. Le rose e le ortiche, appunto, come il titolo dell’album. Così capita che si possa gridare alla speranza con la canzone che dò il titolo all’album (cliccate qui) oppure che si rifletta su come la società multietnica non riesca ancora a far presa come si dovrebbe (“Des hommes pareils“, che trovate in coda a questo post, qui invece c’è il testo).

Oppure che si ascoltino storie sublimi, come in “Le cygne blanc“, “Mademoiselle l’aventure“, “L’hombre au tableau”, dedicata a Magritte. O ancora attacchi ironici alla sua stessa categoria, quella dei cantutori impegnati “che si credono salvatori del mondo” (“Des gens formidables“). Tutte canzoni con la testa. Meno un paio.

Che poi -musicalmente parlando – sono le migliori di tutte. Il primo riferimento è a “Les cardinaux en costumes“, attacco ingiusto a quella che Cabrel definisce “casta privilegiata che si eleva sopra i credenti”. Il testo sta qui. Attacco ingiusto perchè l’immobilità descritta dal cantautore non corrisponde a realtà. La Chiesa – parlo da credente e praticante – si muove e sta vicina alle situazioni difficili nel mondo e nella vita di tutti i giorni.

Proprio di recente in una intervista al quotidiano “Le Figaro”, Cabrel ha spiegato come l’accusa si estenda anche alle istituzioni in generale, ma che “è l’idea del cardinale che l’ha ispirata”. Eppure il testo lascia trasparire questa accezione negativa similare a quella di chi scrive di cose osservandole dall’esterno e forse anche di sfuggita. Basterebbe uno sguardo più attento. Per uno come Cabrel,  che oltretutto non è assolutamente anticlericale o ateo, è una caduta di stile.

Se invece il testo va preso solo come un invito ed uno stimolo a fare di più, allora la chiave di lettura che ne esce è diversa. Si tratta, in ogni caso, di un brutto neo in un lavoro complessivamente di grande qualità. Si parla delle religioni anche in “Chène liege”, dove fa capolino lo sconforto e anche qui traspare il solito senso di “costruzione di una Fede a proprio uso e consumo”: il concetto di “disegno” divino è totalmente estraneo.